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I “murales” nel centro storico


Da L'Eco di Acquaviva n.18/2017

Una sera d’inverno mi capitava di fare una passeggiata per le strade della mia infanzia, i vicoli, le stradine, i colostri (“clostre”), le piazzette. Da una strada all’altra si sentivano voci che rimbalzavano, si rincorrevano, si perdevano nel fondo di qualche vicolo buio. Poi qualche ombra frettolosa, dei fari che stracciavano la penombra, il suono di un clacson di qualcuno che andava di fretta, poi più niente. Quelle antiche pietre hanno tanto da dire, da raccontare anche al passante più distratto. Le loro storie sarebbero tantissime, interessanti, interminabili, lunghissime, come lunghissimi sono stati i secoli che hanno visto passare.  Per quelle stradine selciate, coperte di pietre bianche, lisce e belle, di duro calcare locale (“chianche”), segnate da robusti e intermittenti paracarri laterali, sono passate migliaia di persone a piedi, migliaia di carri agricoli, migliaia di biciclette a mozzo fisso. Tantissime sono le scale esterne. Esse sono la  testimonianza del passaggio di tanta gente, dei tanti papà, delle tante mamme, dei tantissimi nonni che si sono seduti ai loro gradini per fumarsi in santa pace un po’ di tabacco trinciato nella pipa di coccio o un sigaro avuto da qualche vecchio amico soldato del Salento. Sono passati i secoli ed hanno lasciato le orme, le testimonianze, i segni visibili ancora oggi. I tanti nonni, (“nannè e tataranne”) nelle lunghe sere estive hanno raccontato ai loro nipotini le tante storie della loro lunga vita, fatta di lavoro sacrifici sofferenze digiuni e rarissime gioie. Sulle soglie di quelle case (“sottane e ijùse”), si sono adagiate tantissime vecchiette a dipanare, filare e raggomitolare la lana del padrone e a sferruzzare. Nei lunghi pomeriggi estivi, (“alla kalandrèdde”), tantissime erano le donne che, sedute ad uno sgabello malfermo, pazienti, pettinavano, uccidevano zecche, pidocchi e uova (“i linne”) sulle teste dei lori figlioli. Per quelle stradine hanno giocato gridato pianto gioito tantissimi bambini. A quei crocicchi si sono fermati tanti giovani e si sono scambiate promesse d’amore e speranze per il futuro. “Ta mise allu pezzule, ta mise allu pezzule, cè te si mise affè?...”. Pare di sentire ancora le note di un’antica canzone. E lì sembra di sentire ancora il rumore del tamburo e la voce rauca del banditore, “Giuànne u ‘bbanne”. Da un angolo all’altro echeggia ancora il verso del venditore ambulante di turno che vantava le sue mercanzie. E poi le note di un vecchio motivo contadino: “Nu sciame a mète u grane…” e giù lacrime di gioia! Ogni tanto dalle sotterranee cantine sale il profumo di vinacce, di sanse, e il fetore dell’umido spazio abbandonato a se stesso tra le grandi e panciute botti di rovere, “i tenìdde”, camini e vasche.
Quelle pietre parlano. Poi, ci furono le varie partenze per le Americhe, (“pe Bruccoline”) e per l’Argentina… i saluti pieni di pianti; i fazzoletti azzurri, rossi, bianchi, bagnati di infinite calde lacrime piene di speranze e altro altro ancora. Le pietre parlano…. basta fermarsi un poco ed ascoltare … loro raccontano, raccontano, raccontano… Quelle pietre delle nostre antiche case ricordano certamente le voci concitate dei cavalieri, dei feudatari prepotenti, le grida delle fanciulle strappate alle mamme disperate. Si sentono ancora le voci degli esattori delle mille gabelle, dei gendarmi e quelle deboli dei poveri contadini sottomessi maltrattati offesi e vilipesi dai soprusi e dalle angherie del signore di turno. Sui muri bianchi si proiettano ancora le ombre dei principi, delle damigelle, dei paggi , dei nobili che passano e vanno alla Chiesa nel dì di festa. “La via longhe” e “la Vie de Santa Chiare” e “la Roche di stadde” sono silenziose testimoni del loro passaggio. Il volgo è ancora lì, piegato  in due, prostrato fino al selciato per fare la riverenza. Le donne si affrettano, si sbracciano e corrono ai pozzi per riempire l’acqua. I fanciulli lanciano gli ultimi schiamazzi prima dell’incipiente sera. I contadini mansueti, silenziosi e stracchi  delle loro fatiche disumane, nel tramonto inoltrato tornano ai loro tuguri. Fame, malattie, carestie, amori, partenze, dolori pianti gioie risate echeggiano da un crocicchio all’altro, come le grida e le voci dei ragazzi più grandi.
Per quelle strade serpeggiavano le lunghe processioni del Venerdì Santo, della Madonna di Costantinopoli e di tutti i Santi del paese. Per quelle strade si sentono ancora oggi le  grida strazianti delle mamme, delle sorelle, delle spose, delle fanciulle, che seguivano i loro uomini in partenza per le due disastrose quanto inutili guerre mondiali. Erano i fanti delle altissime montagne e dei fiumi del nord-est: i fiumi della enfatica e dolorosa memoria. Molti di quei fanti non tornarono più. I loro nomi sono scritti sulla fredda roccia di quelle lontane montagne e sui ciottoli di quei fiumi. Quelle rocce sono ancora oggi strette dal filo spinato arrugginito e sporche di sangue innocente dei tanti giovani del ’99. Noi li ricordiamo con il monumento ai caduti in Piazza Garibaldi, un po’ trascurato però.
Oggi, lungo quelle strade del nostro borgo, di tanto in tanto si vedono,  tra tuguri, casupole e stamberghe, imporsi  grandi palazzi  nobiliari con le armi delle famiglie. Si incontrano i conventi e i monasteri che si elevano maestosi sui tetti bassi delle casupole del volgo. Accanto si vedono le loro grandi e belle chiese con gli alti campanili, e poi le chiesette private nascoste nei vicoli, dove le nostre nonne sgranavano rosari avemmarie e giaculatorie infinite. Andando ancora avanti s’incontrano i tanti pozzi sorgivi pubblici, testimoni  silenziosi e fedeli di tanti incontri, confessioni, liti, promesse, giuramenti, pettegolezzi, dicerie, scontri violenti ed occhiate fugaci di segreti innamorati. In un angolo, sui pilastri di una porta si notano ancora i segni lasciati dall’ultimo artigiano che soleva completare l’opera la sera del sabato sul tardi alla tremula luce di una lampada ad acetilene o a petrolio. Poi silenzio, è notte fonda e gelida.
Il suono a festa  delle campane della Cattedrale  è quello di sempre. Scende dai tetti e si diffonde per tutte le stradine e le piazzette del borgo antico ancora assonnato. Intanto si va avanti. Lo sguardo si posa sui vecchi muri, non più bianchi di calce, ma scrostati e tristi, alcuni colorati con colori brutti,  violenti e accesi, che accecano anche il più distratto viandante. Muri come quelli, in qualche  piccolo e sparuto paese di montagna, oggi non sono più anonimi, insignificanti, ma vivi, belli, allegri. Quei muri sono abbelliti dai segni, dalle linee e dai colori lasciati da grandi artisti, un giorno illustri sconosciuti, come Casorati, Treccani, Pirandello, Sassu, Cassinari e tanti tanti altri. Sarebbe bello un giorno avere i muri bianchi del nostro antico borgo pieni di “murales” accanto ai “pozzi parlanti”, presso le chiesette, ai vari crocicchi, nelle piazzette. Sarebbe veramente interessante vedere artisti esprimere il loro mondo con linee e colori leggibili per tutti, riproporre scene della vita dei nostri antenati. Sarebbe un ulteriore vanto per Acquaviva avere quei lavori ed aver ospitato i loro illustri e sconosciuti autori, che hanno interpretato l’anima e lo spirito della città intera, terra di lavoro e di  grandi progressi e civiltà.
Cari Amministratori comunali, amanti della cultura, continuiamo a fare “cultura” e che sia fruibile da tutti, piccoli e grandi, istruiti ed ignoranti, ricchi e poveri, giovani ed anziani, vicini e lontani.  E solo così la Cultura potrà essere più diffusa ed usufruita da tutti, anche dai più distratti.
Un cittadino sognatore
Acquaviva delle Fonti, 13/07/2017






   
 


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