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Fisco, nel 2026 pressione fiscale al 43%: è il livello più alto degli ultimi dieci anni


La pressione fiscale in Italia continua a crescere e nel 2026 dovrebbe raggiungere il 43%, il livello più elevato degli ultimi dieci anni. Un dato che riaccende il dibattito sul peso delle imposte a carico di cittadini e imprese e sulla capacità del sistema tributario di sostenere la crescita economica.
A fotografare la situazione è l'Ufficio studi della CGIA, che ha analizzato l'andamento del prelievo fiscale nel Paese, evidenziando profonde differenze territoriali e le principali ragioni dell'incremento delle entrate tributarie.
È Milano la città metropolitana italiana nella quale i contribuenti versano mediamente più Irpef. Secondo i dati relativi al 2024, ogni contribuente milanese ha pagato in media 9.066 euro di imposta sul reddito delle persone fisiche, oltre 3.200 euro in più rispetto alla media nazionale, pari a 5.788 euro. Al secondo posto si colloca Roma, con 7.536 euro, seguita da Monza e Brianza con 7.100 euro, Bolzano con 6.975 euro e Bologna con 6.846 euro.
Una distribuzione che riflette anche le differenze nei livelli di reddito. Milano, infatti, presenta un reddito complessivo medio dichiarato di 34.803 euro, seguita da Bologna con 30.686 euro e Monza-Brianza con 30.578 euro. Il sistema fiscale italiano è progressivo: all'aumentare del reddito cresce anche l'incidenza dell'imposizione. Di conseguenza, le aree economicamente più sviluppate tendono a registrare un maggiore versamento medio di Irpef.
La situazione cambia sensibilmente nelle province meridionali. Tra i territori con il minore versamento medio di Irpef figurano Ragusa, con 3.689 euro per contribuente, il Sud Sardegna con 3.743 euro, Vibo Valentia con 3.836 euro e Crotone con 3.867 euro. Tuttavia, pagare meno imposte non significa necessariamente godere di condizioni economiche migliori. La CGIA sottolinea, infatti, che il minore gettito fiscale registrato in queste aree dipende principalmente da redditi medi più contenuti.
Un elemento che evidenzia ancora una volta il divario economico tra Nord e Sud, dove il problema non è soltanto quanto si paga al fisco, ma soprattutto quanto si riesce a guadagnare.
Sono quasi 43 milioni i contribuenti Irpef in Italia. La componente più numerosa è rappresentata dai lavoratori dipendenti, circa 24,1 milioni, seguiti da 14,5 milioni di pensionati. I titolari di partita Iva considerati nella rilevazione sono poco più di 1,6 milioni, senza comprendere i lavoratori autonomi assoggettati al regime forfettario. Dal punto di vista territoriale, Roma conta circa 3 milioni di contribuenti, Milano 2,5 milioni e Napoli 1,7 milioni.
Il dato che maggiormente emerge dall'analisi riguarda l'andamento complessivo della pressione fiscale. Nel 2022 il rapporto tra entrate fiscali e contributive e prodotto interno lordo era pari al 41,6%. Nel 2025 ha raggiunto il 42,9%, mentre per il 2026 è previsto un ulteriore incremento al 43%. Si tratta di una crescita di 1,4 punti percentuali rispetto al 2022.
Ma questo aumento significa che tutti gli italiani stanno pagando più tasse? Secondo la CGIA, la risposta non è necessariamente affermativa. L'incremento della pressione fiscale deriva anche dalla crescita dell'occupazione, con circa 1,1 milioni di nuovi occupati nell'arco di quattro anni, e dai rinnovi contrattuali che hanno determinato un aumento delle retribuzioni e, conseguentemente, delle entrate tributarie e previdenziali.
Una parte significativa delle maggiori entrate è riconducibile alle misure fiscali che hanno interessato soprattutto banche, compagnie assicurative e grandi imprese. Tra gli interventi vengono segnalati l'eliminazione dell'ACE, l'Aiuto alla Crescita Economica, che garantiva alle imprese agevolazioni fiscali per oltre 3 miliardi di euro all'anno, e le modifiche alle regole di deducibilità di alcune componenti di costo.
Per il 2026, inoltre, la CGIA stima che banche e assicurazioni verseranno complessivamente 5,6 miliardi di euro aggiuntivi, anche per effetto delle modifiche alla disciplina sugli extraprofitti e dell'inasprimento dell'Irap.
Nonostante l'aumento della pressione fiscale complessiva, l'analisi evidenzia anche gli interventi di riduzione delle imposte introdotti dalle ultime quattro Leggi di Bilancio. Tra le principali misure figurano il taglio del cuneo fiscale, la riduzione degli scaglioni Irpef da quattro a tre, l'aumento di alcune detrazioni per i lavoratori dipendenti e l'innalzamento della soglia di accesso al regime forfettario.
Secondo i calcoli della CGIA, i provvedimenti hanno determinato riduzioni fiscali complessive per 45,7 miliardi di euro. Tuttavia, sottraendo le risorse già stanziate dai governi precedenti e considerando la natura temporanea di alcuni interventi, il beneficio netto stimato per le famiglie si attesta a 33,3 miliardi di euro.
Tra le misure più recenti figura la riduzione dell'aliquota Irpef del secondo scaglione dal 35 al 33%, prevista dalla Legge di Bilancio 2026, con un alleggerimento fiscale complessivo stimato in 2,9 miliardi di euro.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda il modo in cui vengono contabilizzate alcune misure di sostegno ai redditi più bassi. La sostituzione di una parte degli sgravi contributivi con un bonus destinato ai lavoratori dipendenti ha modificato il trattamento contabile dell'intervento. Mentre la precedente decontribuzione riduceva direttamente le entrate contributive, il nuovo bonus viene registrato come maggiore spesa pubblica.
Secondo la CGIA, circa 4,5 miliardi di euro vengono così contabilizzati come spesa anziché come riduzione delle entrate, contribuendo a mantenere più elevato l'indicatore della pressione fiscale.
Il quadro che emerge è quello di un sistema tributario complesso, nel quale l'aumento della pressione fiscale complessiva convive con agevolazioni e riduzioni d'imposta destinate a determinate categorie.
Resta tuttavia aperta una questione fondamentale: quanto il peso complessivo del fisco incida sulla capacità di spesa delle famiglie, sulla competitività delle imprese e sulle prospettive di sviluppo economico del Paese.
Per il Mezzogiorno, in particolare, la sfida è ancora più articolata. Ai redditi mediamente inferiori rispetto alle regioni settentrionali si aggiungono le difficoltà del mercato del lavoro e del tessuto produttivo.
Il dato del 43% previsto per il 2026 rappresenta quindi un segnale da non sottovalutare: il problema non riguarda soltanto la quantità di risorse raccolte dallo Stato, ma anche la loro distribuzione, l'efficienza della spesa pubblica e la qualità dei servizi restituiti ai cittadini.
17/10/2026








   
 


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